Home > Bollettini > Editoriale – n°90

La sacra Sindone custodita nel Duomo di Torino ha segnato uno degli eventi dell’anno in corso con la sua ostensione durata un paio di mesi, dal 19 aprile al 24 giugno.

La tradizione cristiana la venera come il lenzuolo funerario che nel sepolcro avvolse il corpo

di Gesù, deposto dalla croce. Gli scritti di Maria Valtorta avvalorano tale credenza non solo con le attestazioni sull’autenticità della Sindone, ma anche e soprattutto perché la descrizione particolareggiata, nella monumentale opera valtortiana, dell’intera Passione del Signore (agonia nell’orto del Getsemani, flagellazione, coronazione di spine, salita al Calvario e crocifissione) può spiegare i vari segni impressi sulla figura umana del telo. Il libro che presentiamo nella pagina interna ne è la dimostrazione.

La storia certa e documentata della Sindone parte dal Medioevo. Le scarne notizie dei secoli precedenti, che la riguardano, si perdono nella leggenda. Sarebbe interessante conoscere come e da chi la Reliquia fu custodita fin dall’inizio, con quanta cura e con quale venerazione si cercò di conservarla per trasmetterla ai posteri. Ci colpiscono, invece, quelle macchie di bruciature dell’incendio che nel 1532, a Chambéry, la deturpò in alcune parti. Un altro incendio, in tempi a noi molto vicini, ha rischiato di danneggiarla più seriamente quando la Sindone sembrava essere al sicuro nella corazza artistica della sua cappella in Duomo.

Le opere di Dio sono insidiate dalle forze del Male. Per quanto siano protette, curate, difese nella loro originaria, verginale integrità, subiscono nel tempo assalti ostili, subdoli o palesi. Sono dovuti a cause naturali o di costume sociale, vogliamo crederlo, ma alle quali non è estranea la negligenza dell’uomo, se non la sua azione guidata da mala volontà. Così si spiegano, possiamo dirlo, le ombre nella storia della Chiesa.

Ci sembra di poter stabilire una certa analogia tra le vicende storiche della Sindone e quelle tuttora in corso dell’opera di Maria Valtorta. Questa è nata in silenzio, nel nascondimento. Destinata al mondo, la sua pubblicazione fu affidata a mani e menti sicure, non per autorevolezza o per nota competenza e consolidata professionalità, ma per onestà d’intenti: perciò è stata curata con amore, con fedeltà, con costanza nelle difficoltà e nei rigetti. L’opera, quasi sfuggendo ad ogni tentativo di pubblicità, si è diffusa per forza propria, trovando propagandisti nei lettori occasionali. Innamorando e convertendo, ha raggiunto in sordina ogni angolo del mondo.

Continua a diffondersi nello stesso modo, lentamente e senza interruzione, ma era inevitabile che arrivasse il tempo della sua esplosione, come un vulcano che non riesca più a contenere il fuoco nelle viscere della terra. La sua valenza, che supera le aspettative, viene riconosciuta in ogni settore culturale. Messa allo scoperto, l’opera è sempre più esposta alle contaminazioni, ad essere strumentalizzata e abusata: per mire personali, per sete di protagonismo. Tutto ciò può succedere specialmente se la scienza che se ne occupa è disancorata dalla fede.

“Servire l’opera, non servirsene” è l’invito, la raccomandazione di chi ha avuto la sorte di vedersela affidata fin dall’inizio.

 

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