Home > Bollettini > n. 94 | luglio-dicembre 2017 > Editoriale – n°94

L’anno centenario della rivelazione mariana di Fatima possiamo chiuderlo presentando la nuova edizione del libro di Padre Roschini: La Madonna negli scritti di Maria Valtorta. Nelle pagine interne di questo numero illustriamo il contenuto della pubblicazione e la personalità del suo autore, che appartiene alla schiera dei primi studiosi dell’Opera valtortiana. Ad essi abbiamo dedicato il numero 83 del Bollettino (gennaio-giugno 2012), dopo averne trattato in modo speciale nel libro Pro e contro Maria Valtorta, la cui recente nuova edizione (328 pagine, euro 20,00) si presenta perfezionata e, in una certa misura, aggiornata.
L’attuale risveglio dell’interesse “scientifico” per l’Opera è tanto notevole da sembrare innovativo, ma non è una novità al punto da far pensare che, se l’Opera fin dall’inizio fosse stata anche oggetto di studio e non soltanto un prodotto librario da divulgare, avrebbe evitato la decisa avversione dell’autorità ecclesiastica. Più volte abbiamo scritto, documentato, divulgato che l’Opera di Maria Valtorta, prima di essere data alle stampe, quando era disponibile (ancora anonima) in fascicoli di copie dattiloscritte, venne fatta esaminare da valenti studiosi, sia ecclesiastici che laici, i più autorevoli di quel tempo. I loro nomi, quasi insignificanti per il lettore di oggi, allora erano famosi e qualcuno godeva di fama mondiale. I loro attestati, riportati spesso sulle nostre pubblicazioni, anticipano i risultati delle ponderose ricerche odierne, i cui autori, per quanto siano qualificati, non hanno tutti la notorietà che tutti quei primi studiosi valtortiani avevano.
I rapporti con la gerarchia ecclesiastica avevano imboccato un’altra strada. Il Sant’Uffizio aveva intimato ai religiosi Servi di Maria, ai quali Maria Valtorta aveva affidato la cura degli scritti e la tutela della sua stessa persona, di non pubblicare il contenuto di quei fascicoli dattiloscritti prima che lo stesso Sant’Uffizio li avesse accuratamente esaminati. Se tale percorso fosse stato seguito senza deviazioni, oggi l’Opera giacerebbe negli archivi del sacro palazzo. Furono proprio quegli attestati autorevoli, con il supporto del benestare accordato privatamente dal Papa Pio XII, a non bloccare i tentativi di arrivare ad una pubblicazione. La spontanea disponibilità di un editore laico permise infine ai Religiosi di ritenersi scagionati dall’obbligo di sottostare ad una imposizione ecclesiastica.
Non così la pensava il Sant’Uffizio, che mise all’Indice l’Opera “a motivo della grave disobbedienza”, come precisava la conclusione dell’articolo giustificativo su L’Osservatore Romano, dopo aver cercato invano di ravvisare in sole quattro espressioni, pescate dalle “quasi quattromila pagine di fitta stampa”, una ragione  di censura. E non è tutto. All’inizio dell’articolo si leggeva che la condanna era stata ritenuta necessaria “nonostante che illustri personalità (la cui indubbia buona fede è stata sorpresa) abbiano dato il loro appoggio alla pubblicazione”.
Quest’ultima precisazione del giornale vaticano non scoraggi gli eruditi studiosi valtortiani di oggi, le cui sorprendenti scoperte, che svelano l’impensato fondamento scientifico dell’Opera valtortiana, potrebbero favorire una più completa revisione (iniziata già da tempo, per gradi) della posizione ecclesiastica. Sappiamo, però,  che ben altra è la sensibilità dei lettori che da sei decenni, nutriti della forza evangelizzatrice dell’Opera e ignari della sua valenza scientifica, spontaneamente ne parlano e la diffondono nel mondo intero, affermandosi come il più efficace veicolo di propaganda.

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