Home > Bollettini > n. 95 | gennaio-giugno 2018 > “io parlerò da testimone…”

Padre Yannik Bonnet fece iniziare con queste parole la sua relazione – che riportiamo in una nostra traduzione dal francese – alla conferenza-stampa che si tenne a Parigi il 23 marzo 2017 per presentare la nuova traduzione dei dieci volumi dell’opera “L’Evangile tel qu’il m’a été révélé” di Maria Valtorta. Sappiamo che egli fu ordinato sacerdote dopo aver conseguito titoli accademici in prestigiose istituzioni universitarie, dopo aver ricoperto ruoli manageriali nel mondo del lavoro, dopo essersi sposato, essere diventato padre di sette figli e rimasto vedovo. Un tumore fulminante ha troncato la sua vita terrena il 16 marzo 2018 all’età di 85 anni.

Io parlerò da testimone, parlerò di ciò che Maria Valtorta ha fatto per me, parlerò di ciò che la sua opera rappresenta per me.
Tutto ebbe inizio durante un pellegrinagio mariano due giorni dopo aver saputo della malattia di mia moglie: una grave forma cancerogena. Sul pullman, durante il viaggio di ritorno, la persona seduta accanto a me mi chiese se conoscevo “L’Evangile tel qu’il m’a été révélé” di Maria Valtorta. Io risposi di no, che non ne avevo mai sentito parlare. Era un uomo simpatico e continuammo a dialogare. Il modo con cui egli mi parlava di quest’opera fece nascere in me un certo interesse e il desiderio di conoscerla, tanto più che sentivo la necessità di un sostegno per la prova che stavo affrontando. La notizia della malattia di mia moglie mi aveva profondamente scosso.
Volendo farmene un’idea, appena rientrato a Lione andai in una libreria e acquistai un volume dell’opera di Maria Valtorta. Ultimata rapidamente la lettura di quel primo volume, andai subito ad acquistare gli altri nove. Sì, ho poi letto tutta l’opera sei volte durante i sei anni della malattia di mia moglie, e nei tre anni successivi alla sua morte l’ho riletta nuovamente. L’ho anche portata con me in seminario a Roma, dove ho completato i miei studi. E posso dire che quest’opera ha trasformato la mia vita. Non tanto nella fede, che è sempre stata granitica in me fin da bambino, mai scalfita da alcun dubbio. Tuttavia, essendo la mia una fede ragionata: fides et ratio — e tale è rimasta: fede e ragione —, sentivo la necessità di un soffio di vita nuova che forse mancava in me. E molto rapidamente questa lettura ha trasformato la mia vita per avermi svelato il Cristo nella sua vera luce.
Chi è realmente il Cristo con la duplice natura, umana e divina, come appare incessantemente nell’opera di MariaValtorta? Una delicatezza umana eccezionale, una premura continua verso l’altro, verso l’interlocutore, e al tempo stesso è il Dio che insegna, che guida, che converte, che scuote e, quando occorre, che è severo perfino. Tutto ciò con una psicologia assolutamente eccezionale. Praticamente si riesce a scoprire l’umanità del Cristo.
Sappiate che io non pensavo assolutamente di diventare sacerdote, non avevo mai sentito questa vocazione in me, neanche da bambino. Anzi, avevo appena undici anni quando sentivo in me la vocazione di diventare padre di una famiglia numerosa, e così è stato. Mi sentivo perfettamente realizzato. Praticamente è stata la lettura de “L’Evangile…” a trasformare la mia vita. Intendo dire che, dopo la lettura di quest’opera, è decuplicato in me l’amore per il Vangelo, che non ho potuto più leggere come lo leggevo prima, ma con una visione nuova.
Come dicevo, io non immaginavo di diventare sacerdote, e così ho potuto sperimentare il doppio effetto di questa lettura, prima come laico provato dalla sofferenza, poi come sacerdote sul piano pastorale, perché l’opera di Maria Valtorta è una lezione di pastorale per i sacerdoti. Avendo letto, molto più tardi, i “Quaderni” di Maria Valtorta, non mi ha stupito che il Cristo abbia detto di aver dato quest’opera soprattutto per i sacerdoti, principalmente per loro.
È straordinario il modo con cui Gesù affronta tutti i casi possibili di difficoltà, di sbandamenti, di sofferenze della gente. Per esempio — l’ho detto anche l’anno scorso durante il convegno — quattro donne peccatrici sono avvicinate da Gesù che le converte in quattro modi totalmente diversi. Individuando precisamente lo stato di sofferenza di ognuna di loro, ciò che le blocca, Gesù le prende come per mano e le fa crescere. Lo sguardo d’amore di Gesù è assolutamente straordinario. Egli prova incessantemente a prendere tutti per mano, anche coloro che gli sono ostili e che fanno del tutto per potergli nuocere. E per fare ciò sfrutta ogni situazione, da quella familiare a quella… stavo per dire professionale, ma è poco adatto per quell’epoca; insomma sfrutta ogni circostanza (il rapporto con figli, mogli, mariti) per portare ognuno verso l’eterna felicità. Una premura continua per la salvezza di ognuno, con una finezza, una delicatezza, una tenerezza eccezionali.
Possiamo dire che l’opera ci mostra concretamente la vita e la personalità degli apostoli. Possiamo dire, soprattutto posso dirlo io che ho letto nove volte l’opera, di conoscere gli apostoli. Conosciamo il carattere di ognuno di loro. Tommaso, che è artigiano, ha i piedi ben piantati a terra. Andrea è timido, forse schiacciato dalla personalità di Pietro suo fratello, ma con una elevatissima sensibilità spirituale. A volte dialoga di nascosto con Gesù per confidargli di voler salvare un’anima. Possiamo dire che il Maestro aveva una vera predilezione per Andrea, pur essendo cosciente che il vero capo doveva essere Pietro. Sono aspetti che io conosco bene dal punto di vista umano. Avendo lavorato per quarant’anni in varie imprese, capisco bene che si può essere un grande mistico come Giovanni, ma non essere nato per diventare Papa. Il pescatore Pietro possedeva naturalemente l’autorevole prestigio di chi deve governare. E anche gli altri lo riconoscono: quando Gesù pone una domanda agli apostoli, gli altri undici lasciano che sia Pietro, in quanto capo, a rispondere per primo.
Tornando a me, quest’opera ha sconvolto la mia vita personale. Il Signore mi ha inviato la chiamata a diventare sacerdote nove mesi prima del decesso di mia moglie. Anche in quell’occasione ho molto apprezzato la delicatezza del Signore che cominciavo a conoscere grazie a Maria Valtorta. Egli ha atteso che mia moglie entrasse nella fase terminale della malattia per inviarmi la vocazione. Quindici giorni dopo aver saputo dai marker che mia moglie entrava nella fase terminale, il Signore mi ha detto: non preoccuparti, ho bisogno di te. È veramente straordinario. E ho scoperto innumerevoli cose simili nell’opera di Maria Valtorta.
Quando sono diventato sacerdote, lo confesso, ho sfruttato enormemente il modello di sacerdozio proposto da Gesù. Oserei dire che ognuna delle persone che ho incontrato aveva necessità di un unico trattamento personalizzato. E proprio dal Gesù dell’opera valtortiana ho tratto il concetto che ogni persona è unica e ognuna di loro deve essere guidata in modo personalizzato. Non possiamo, quando si è sacerdoti, essere tecnocrati. Non possiamo prendere la gente e incasellarla in categorie. Assolutamente no. Dobbiamo essere attenti ad ogni persona.
Vedete: Gesù è anche una lezione di direzione spirituale. Nessuno può consigliarci meglio della lettura dell’opera di Maria Valtorta. È eccezionale. Vi sono altri scritti di Maria Valtorta altrettanto notevoli, come per esempio il volume “Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani”, ma l’Opera maggiore è per me un eccezionale capolavoro di evangelizzazione. Non si può leggere la Passione di Cristo senza far scorrere sulle nostre guance un fiume di lacrime; e io non sono proprio un piagnucolone. La potenza della parola di Gesù ti tocca e ti aiuta.
Vi è poi il rapporto fra Gesù e Maria: altrettanto straordinario. L’opera valtortiana fa emergere chiaramente questa doppia relazione di Maria che ama suo Figlio in quanto Dio e che Lo ama umanamente in quanto Lei è madre. E Gesù si comporta con Lei come il Creatore, cioè come Colui che l’ha voluta, ma, allo stesso tempo, come un figlio verso la propria madre, colui che da piccino fa le carezze, chiede le focaccine al miele, eccetera.
Vedete: l’opera è piena di piccoli episodi che illustrano la perfetta umanità di Gesù e solo la grazia di essere l’Immacolata permette a Maria di comprendere appieno questo rapporto divino-umano. Ero già mariano prima di conoscere l’opera valtortiana; oggi la potenza di questo sentimento mariano è elevato al quadrato.
Infine, un’ultima cosa per terminare: l’utilità per noi sacerdoti di conoscere la storia di Giuda. Nell’Opera possiamo vedere esattamente in che modo Giuda si perde. Regolarmente preso da rimorsi in diverse occasioni, Giuda non si pente mai.
Per i miei figli ho scritto su un foglietto la differenza fra “rimpianto”, “pentimento” e “rimorso”. Il rimpianto è sterile, non porta a nulla. Il rimorso è un atto di orgoglio, è il vergognarsi di qualcosa (e Giuda si è impiccato). Il pentimento è dire: Padre, ho peccato ma torno a Te.
Ecco: ho imparato tutto ciò leggendo l’opera di Maria Valtorta, che continuo sempre a leggere.

Y. B.

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